Attratti dal Limite

scritto da Vrilly
Scritto 23 ore fa • Pubblicato 9 ore fa • Revisionato 9 ore fa
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Un legame che sfugge alle categorie consuete: un’intimità che si costruisce a distanza, fatta di silenzi, poche parole e un limite invalicabile mai dichiarato ma sempre presente. Il paradosso di sentirsi vicini a chi resta irraggiungibile.
- Nota dell'autore Vrilly

Testo: Attratti dal Limite
di Vrilly

Si può essere attratti dal limite? Attratti da ciò che, di fatto, limita l’attrazione stessa? So che è un paradosso — ma è l’unica spiegazione, per ora, che riesco a darmi. E forse è proprio nel paradosso che si annida la parte più vera delle cose che non riusciamo a spiegarci del tutto.

Nel tuo comportamento c’è un confine invalicabile, che ci trattiene a distanza. Un limite che non si nomina, non si discute, semplicemente esiste — come una legge non scritta a cui entrambi, in modi diversi, ci pieghiamo. Eppure riusciamo a essere vicini — vicinissimi, quasi intimi — come se l’avvicinarsi richiedesse solo l’impegno di lasciarlo accadere, di non opporre resistenza al suo accadere. Non so spiegarmi come, tra i miei continui movimenti di approssimazione e le tue pause silenziose — pause che subisco come forzate mentre per te, forse, sono solo un modo di essere — si sia creata comunque una vicinanza. Una vicinanza che travalica i confini, che non tiene conto delle distanze, che sembra scrivere una propria geografia, diversa da quella che io stessa avrei tracciato.

Quando ci scambiamo parole, ne bastano poche. A volte solo sillabe. A volte nemmeno quelle, per sentirci parte di un discorso che, in fondo, non è mai davvero avvenuto — eppure lascia tracce, come se le parole non dette pesassero più di quelle pronunciate, come se il non-detto fosse esso stesso una lingua, forse la nostra lingua più autentica. Un intreccio di significati, non espressi ma sentiti, che come fili di discorsi precedenti ci collegano in una comunicazione che non può essere riconosciuta se non da noi stessi. 

Mi chiedo cosa accada. Io, da parte mia, non mi riconosco in questo meccanismo — non credo mi appartenga. Sono abituata a un altro modo di stare nelle relazioni, un modo che pretende chiarezza, misura, reciprocità dichiarata. Eppure con te mi sono ritrovata non solo a viverlo, questo meccanismo altro, ma a difenderlo, ogni volta che qualcuno da fuori ha provato a confutarlo, a ridicolizzarlo, ad annientarlo — come se difendere questo spazio fosse diventato, senza che me ne accorgessi, un modo di difendere un noi che non è mai stato definito.

Non mi è facile restare dentro qualcosa che non capisco ma che sento — qualcosa che non riesco a portare dalla mia parte, a piegare al mio abituale modo di stare nelle cose. Di solito sono io a condurre, a decidere il passo, la direzione, a tenere le fila di ciò che vivo. Qui invece lascio che sia tu a farlo, e mi ritrovo come alienata in uno stato di attesa: presente, ma sottratta a me stessa, sospesa in un tempo che non controllo e che, proprio per questo, non so nemmeno nominare fino in fondo. È un modo nuovo di stare nelle cose, non per questo piacevole, che però non riesco a rifiutare.

È come se percepissi un’intimità che non ha bisogno di prossimità per compiersi. Un silenzio lungo può interrompersi con la naturalezza di una marea che torna, senza preavviso, senza spiegazione, e trova già pronta la sponda ad accoglierla. Non c’è esitazione in questo richiamarci: è come se le parole, per quanto rade, sapessero già dove andare, e bastasse pronunciarne la metà perché l’altra metà si compia da sola, altrove. Eppure nessuno dei due ha mai attraversato la distanza reale che ci separa. Abbiamo creato, forse senza volerlo, un’intesa che ci appartiene, in cui ci scegliamo a vicenda nonostante la diversità nei modi ma l’uguaglianza dell’intento.

Mi chiedo se esista qualcosa altrove, oltre le parole, che tenga insieme questo dialogo senza bisogno di spiegazioni — fuori dal tempo, in uno spazio che è solo il nostro modo di stare, ora, in questa situazione. Uno spazio che forse non ha bisogno di essere compreso per esistere, che chiede solo di essere abitato, anche a costo di restare, in parte, indecifrabile.

Non lo capisco davvero. E forse è proprio questo non capire a tenere tutto in vita, a impedire che si consumi nella spiegazione — perché forse è vero, dopotutto: si può essere attratti anche dal limite, quando il limite stesso diventa la forma che il desiderio si è scelta. Verrà forse un momento in cui le parole non basteranno più, o non serviranno più, e il silenzio che lasciano — che vuoto non è mai — potrà finalmente farsi corpo: riempirsi di sguardi, di odori, di un sorriso, del tocco lieve di una carezza. Fino ad allora, resto qui, in questa attesa che non capisco ma che ho scelto di abitare.

VallyVril

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